Conosciamo meglio il Raw

Parto da una riflessione che ho avuto con alcuni colleghi d’oltreoceano su cosa possa davvero definirsi un file Raw. Ne parliamo come se lo conoscessimo da sempre, come se tutto ciò che lo riguardasse fosse ovvio, scolpito nella pietra.

La mia opinione è che il negativo digitale sia un universo in continuo movimento, ricco di sorprese, luoghi comuni e provocazioni: perché non fare due chiacchiere?

La definizione

Tecnicamente parlando ci riferiamo al Raw come “negativo digitale”. Partiamo dunque da oggetti e filosofie già note da decenni trasponendole ai giorni nostri con diversa connotazione. Per quanto la semplificazione consenta una rapida digestione della novità, nulla è in comune con l’oggetto e solo qualcosa con la filosofia.

È dunque corretto pensare al negativo digitale come polizza di qualità e riproducibilità fotografica dei tempi nostri. Scattare in Raw consente di ottenere potenzialmente il massimo da una foto; non è una garanzia di risultato.

Non è un acronimo

Non ce l’ho con quelli che lo fanno per consuetudine, perché ahimè è uno di quei casi di ignoranza collettiva alimentata da scarsa riflessione. Non esiste nessun RAW nella misura in cui R.A.W. non esiste come acronimo, o almeno non nell’abito di nostro interesse.

Raw è una parola inglese, che in italiano potremmo tradurre come “grezzo”. Grezzo nel senso di non lavorato, o semilavorato. Comunque in contrapposizione al prodotto finito, che è la foto. Un Raw, infatti, non è una foto tanto come una tela ed i colori ad olio non sono il quadro. Usiamo la parola inglese al posto di quella italiana perché fa parte di un lessico tecnico, condiviso a livello mondiale, e in buona parte perché fa figo.

Per noi la parola “grezzo” assume talvolta connotazioni basse o dispregiative: non vorremmo mai offendere le nostre sofferte creazioni, dunque tendiamo a cambiare lingua.

Potremmo discutere a lungo sull’appropriatezza dell’iniziale maiuscola: sarebbe più corretto interpellare l’Accademia della Crusca. Dunque taglio corto: riferendomi ad un concetto tecnico specifico piuttosto che non al concetto di prodotto non finito, adotto la maiuscola sempre e volentieri.

Non è un formato

Complichiamo le cose portando la discussione a livelli ancora più angelicosessuali. Il Raw non è un formato di file. Esprime più una classe che non una specifica struttura. Non esiste il formato Musica, ma abbiamo gli AAC, MP3, FLAC e simili. Allo stesso modo non esiste un formato Raw, ma annoveriamo le innumerevoli declinazioni quali NEF, ARW, CR2 e via discorrendo. Se avessimo un solo formato Raw, ogni programma di gestione fotografica sarebbe in grado di aprire qualunque negativo digitale. Se fosse vero piangerei dalla gioia, ma non è così, niente affatto.

Non sono tutti così diversi

Fortunatamente, per quanto è vero che la miriade di formati Raw siano tutti diversi tra loro, non sono totalmente estranei l’uno a l’altro. Certo, ciascun produttore tende a ripetere scelte ed errori in modo abbastanza coerente attraverso l’intera gamma di macchine fotografiche rilasciate sul mercato, ma a ben vedere quasi tutti i negativi digitali si basano sul formato TIFF/EP, antenato della foto digitale.

La massa critica del file è sempre occupata dai dati ottenuti dall’elettronica della macchina, ai quali vengono aggiunti metadati relativi allo scatto vero e proprio (i ben noti Exif). A questa ricetta consolidata ogni fabbricante aggiunge ingredienti speciali a proprio piacere, talvolta semplici stringhe testuali informative, altre volte blocchi di dati più o meno comprensibili ad occhio umano, ma perfettamente interpretabili dai software proprietari creati allo scopo.

Analizzare nello specifico la struttura di tutti i formati Raw in commercio va al di là di questa chiacchierata tra amici; vi porterà via molti mesi della vostra vita e vi guadagnerà il diritto di inviare il curriculum ad una delle molte software house impegnate nell’universo della gestione fotografica.

Non è il campionamento del sensore

D’accordo, sono il primo ad esprimermi con leggerezza. Per tagliare corto, e talvolta per troncare una discussione poco produttiva con chi in realtà non fosse stato interessato alla materia, ho descritto spesso il Raw come campionamento dei dati del sensore della macchina fotografica.

In buona parte corrisponde al vero, e certamente sposta l’attenzione sul nodo principale della questione: il Raw non è un’immagine. Il Raw è un insieme di dati. Il sensore di per sé è un dispositivo atto a catturare fotoni e trasformarli in una diversa natura: fino a vent’anni fa un’esposizione di materiale chimico fotosensibile, oggi elettroni ed infine segnali elettronici. Due destinazioni lontane.

Il segnale è informazione e, nel nostro caso, molto preziosa. Allora vi chiedo: se foste in possesso di informazioni di grande valore, sebbene un po’ disordinate e con qualche passo mancante, non sentireste l’esigenza incontenibile di sistemare tutto al meglio prima di consegnarlo al destinatario finale?

Decenni di innovazione elettronica nella gestione dei segnali hanno dato origine a circuiterie di contorno, tutt’altro che passive o banali. Che scattiate a ISO base, o ancor più aumentando la sensibilità, i dati provenienti dalla macchina vengono analizzati, reinterpretati, sostituiti dove ritenuti difettosi e integrati dove mancanti. Le ammiraglie di tutti i produttori sono esperte in questo campo. L’andamento tutt’altro che prevedibile nei grafici di rapporto segnale-rumore delle fotocamere di alto livello sono conseguenza diretta di innumerevoli ottimizzazioni più o meno riuscite. I processori grafici presenti in qualunque DSLR non hanno nulla da invidiare alle CPU presenti nei computer di qualche tempo fa.

Per rendere dunque giustizia a tutto ciò che rende “Fotocamera” una fotocamera, è più corretto concepire il Raw come il prodotto semilavorato ottenuto dal campionamento di segnali prodotti dal sensore e rielaborati dall’elettronica di contorno.

Beh, credo che in pubblico continuerò a passare per la definizione più frettolosa; tra di noi possiamo spendere qualche parola in più.

Il Raw non è un formato autosufficiente

La stragrande maggior parte dei formati informatici vive una dignità propria al di là della bontà del programma con cui li andiamo a visualizzare o riprodurre. Pensiamo ad esempio ai cari vecchi JPEG: che li apriate con Anteprima (il visualizzatore di default dei sistemi Apple) o Photoshop CC, l’immagine apparirà in modo identico.

Certo, Photoshop CC vi permetterà di svolgere compiti enormemente più complessi rispetto ad Anteprima, ma il file è e resta un’entità sostanzialmente indipendente da fattori esterni, vive una vita propria.

Per il negativo digitale non è così. Il Raw si comporta alla stregua di una ricetta di altissima cucina. Consegnate la stessa ad un cuoco mediocre ed ad uno stellato. Con tutta probabilità i piatti si assomiglieranno nei tratti principali, eppure solo uno dei due vi farà rimpiangere meno il conto.

È l’incredibile evoluzione, informatica stavolta, dei software di elaborazione dell’immagine che trasforma dati numerici in immagini. Come avvenga il processo è un segreto molto ben custodito. Io stesso sono del tutto ignorante circa molti dietro-le-quinte di Adobe Camera Raw/Lightroom. Pochi esperti fanno la gioia e la disperazione di milioni di professionisti e amatori della foto.

Il Raw non è un formato congelato

Torno al caro vecchio JPEG, che non mi sentirò mai di bistrattare, neppure qui, adesso. Aprendo una foto di dieci anni fa, per quanto i computer siano divenuti potenti ed i sistemi operativi evoluti, apparirà probabilmente identica a come la visualizzavamo con qualche capello bianco in meno.

Certo, probabilmente il monitor sarà migliore rispetto a quello di allora. I colori appariranno più saturi, o più realistici. Dettagli nelle luci e nelle ombre saranno forse più visibili, ma sono e restano gli stessi colori e gli stessi dettagli da sempre presenti nella foto, solo meglio rappresentati da un display più recente.

Dal canto suo il Raw è un formato tutt’altro che congelato. Le informazioni grezze contenute vengono interpretate da algoritmi sempre più sofisticati, coadiuvati da computer più potenti che consentono di svolgere calcoli magari anche noti da anni, ma scartati per le richieste prestazioni di allora. Lightroom ci ha abituato molto bene passando dal processo di sviluppo 2003, al 2010 e infine 2012.

Alzi la mano che non abbia mai ceduto al piacere di riaprire un vecchissimo negativo digitale già processato nella scorsa decade per rivisitarlo con una versione molto più recente di Lightroom. Con gli anni migliorano gli strumenti e, grazie al cielo, miglioriamo anche noi nell’uso di software e fotocamera.

Quali che siano i meriti resta il vantaggio fondamentale: il Raw è un vino buono che migliora con gli anni ma, a differenza di questo, non finirà mai in aceto. Non è poco.

Destinato a dividere

Ci lamentiamo continuamente del fatto che i diversi produttori di macchine fotografiche implementino i propri formati di negativo digitale, spesso stravolgendoli internamente tra modelli diversi.

La verità è che non vedo alcun motivo per loro di cambiare idea. La protezione del mercato consente di innovare a dispetto dello status quo, di introdurre gusti estetici e funzionalità che i competitor non possono o non vogliono abbracciare.

La teoria è che con un formato comune sarebbe possibile accontentare tutti, la pratica è che in un mercato tecnologicamente abbastanza stagnante, questa divisione può diventare un traino alle vendite e un ostacolo al salto verso diversi lidi.

DNG: lo standard che mai sarà?

Sfortunatamente non credo che neppure il DNG di Adobe potrà mai correre in nostro soccorso. Il produttore troppo piccolo per costruirsi un formato proprio lo ha già abbracciato, ma in modo parziale e ormai obsoleto. Chi spinge con vigore il mercato si vedrebbe costretto a rivedere completamente il firmware delle proprie macchine (anche quelle critiche usa dai professionisti), nonché ad abbandonare i comunque poco redditizi programmi di gestione fotografica proprietari.

Infine, chi si occupa esclusivamente di software regalerebbe di colpo un enorme vantaggio competitivo ad Adobe, di fatto l’unica azienda a gestire e aggiornare il formato, la quale sarebbe sempre fisiologicamente pronta alle novità prima di tutti gli altri attori.

No, non credo che la guerra ai formati Raw possa scemare a breve: i Raw erano, e temo resteranno a lungo, i formati proprietari.

Lightroom non dice sempre la verità

Gli utenti più esperti apprezzano Lightroom (o la maggior parte dei software di gestione dei Raw) per l’annullamento delle barriere che stanno tra il negativo ed il fotografo. Gli intermediari più entranti sono da sempre i produttori stessi delle macchine fotografiche che, per distinguersi spesso a valle di sensori simili o quasi identici, si dilettano nella manipolazione sconsiderata delle immagini, con curve di contrasto estreme, tonalità esotiche e riduzioni del rumore post apocalittiche. Lightroom racconta la verità riportando tutto ad uno scenario neutrale, evidenziando pregi e difetti dei negativi, senza censure.

Mirrorless e compatte evolute: menzogne a fin di bene

Ahimè, non è sempre così. Nel tentativo di minimizzare dimensioni di sensori e, soprattutto, delle lenti, e forti dell’assenza di mirini ottici, alcuni produttori si sono visti costretti a barare. All’interno del Raw vengono inserite informazioni circa la correzione dei difetti di distorsione della lente, specialmente evidenti alle focali più corte.

Fate una prova. Avete una Sony DSC-RX100? Scattate qualche foto al massimo grandangolare e apritela in Lightroom. Distorsione assente. Eppure a ben vedere non riuscirete a disattivare la correzione dell’obiettivo. Il difetto è infatti così evidente che il produttore obbliga (o come frutto di accordi contrattuali, non ci è dato saperlo) il software di gestione fotografica a truccare il negativo digitale senza informarne l’utente.

Se siete davvero curiosi di apprezzare l’entità della distorsione è sufficiente ricorrere ad un software che cerchi meno il favore del grande pubblico, quale l’ottimo RawDigger, che uso spesso e con soddisfazione.

In ogni caso non me la sento di criticare eccessivamente Adobe. Gli errori che comportano spesso le piccole ottiche di mirrorless o compatte evolute sono tali da varcare il confine della creatività: difetti da correggere in ogni caso, ad ogni costo.

Definizione o uso?

È valido definire il Raw in funzione di come e dove venga generato. È altrettanto corretto ragionare in termini di uso, di scopi.

Un negativo digitale è essenzialmente un file estremamente ricco di informazioni, reinterpretabile con una grande varietà di strumenti e flessibile rispetto allo stato dell’arte del software. Le sue potenzialità sono certamente maggiori rispetto a quei formati tradizionali che consideriamo come termine di paragone; su tutti: JPEG e TIFF.

Estensione al concetto di Raw

Forti soprattutto di straordinarie invenzioni quali TIFF a 32 bit per canale e DNG più o meno compressi, ritengo ragionevole estendere la definizione di negativo digitale dalla genesi alle potenzialità.

Un TIFF a 32 bit è di fatto un file non visualizzabile e non stampabile, almeno direttamente. La quantità di informazioni è tale da richiedere un’interpretazione di parte di un software evoluto prima che noi possessori possiamo essere in grado di trarne benefici.

A ben pensare non siamo così distanti dal generico Raw (nel senso tradizionale), dove nulla possiamo fare senza un programma che lo decodifichi presentandolo così come un’immagine tradizionale, che non è.

Inoltre, spesso per sua stessa natura, per quanto già linearizzato e dunque parzialmente “congelato” tramite una curva di contrasto e colori ben precisi, un TIFF a 32 bit per canale spesso e volentieri include tutte le informazioni di risoluzione e toni di luce che contenevano le singole immagini di partenza, facendone un sovra-insieme da un punto di vista qualitativo. Il limite superiore dal quale si possano estrarre solo prodotti simili, mai migliori.

Anche qui non possiamo non trovare un’immediata affinità con i negativi digitali tradizionali, dai quali l’utente esperto potrà estrarre quanto più possibile avvicinandosi ai limiti tecnici del file di partenza, senza mai poter valicare una soglia massima.

Per quanto dunque dibattuto e poco ortodosso, sono uno di quelli che non si scandalizzano nel definire Raw un file non direttamente salvato sulla scheda di memoria da parte della macchina fotografica, a patto che si tratti sempre e solo di qualcosa di “superiore” rispetto alla materia prima.

sRAW, mRAW e RAW Size S

Il solo fatto che scrivano RAW tutto in maiuscolo già ci dovrebbe indurre a pensare che non si trattino di formati Raw. Battute a parte la conclusione è la medesima. Anche rispetto al punto precedente si tratta si di immagini più evolute rispetto ai JPEG classici (pur condividendone alcune caratteristiche di compressione), ma non ci basta il fatto che vengano salvate direttamente dalle macchine fotografiche per esser qualificabili come negativi.

Non rappresentano infatti il limite superiore qualitativo dell’immagine, quanto piuttosto il prodotto rilavorato del semilavorato Raw. In pratica internamente viene generato il vero negativo digitale (come capita sempre anche per le compatte che salvano esclusivamente in JPEG), per poi produrre uno pseudo Raw e dunque gettando via il Raw propriamente detto.

Ciò che otteniamo è né più né meno quel che potremmo produrre istruendo Lightroom nell’esportazione di DNG compressi con risoluzione ridotta alla metà o ad un quarto, con la differenza che la qualità made in Adobe è generalmente superiore e con un minor spazio occupato su disco.

Dunque no, non chiamateli Raw. Chiamateli “JPEG agli steroidi”. Se è quel che vi serve fatene largo uso.

Sono Raw per i filmati

Concludo come spesso capita rovesciando il discorso appena fatto, ma non completamente. I DNG compressi ed a bassa risoluzione possono diventare Raw a tutti gli effetti secondo la definizione di uso espressa sopra quando trattiamo di filmati.

Il formato CinemaDNG altro non è che la rapida messa in sequenza di singoli fotogrammi costituiti da DNG fortemente compressi e a bassa risoluzione. Compressi e poco risoluti secondo un punto di vista fotografico, si capisce.

Appare evidente come un formato video costituito da Raw puri sia inutilmente, mostruosamente e dannosamente pesante, vanificando qualunque utilità pratica. Singoli DNG compressi a 8 megapixel sono più che sufficienti per dar vita a filmati 4K di straordinaria qualità, rappresentando dunque il limite massimo raggiungibile in fase di renderizzazione. Ecco perché, e anche qui secondo un analisi per contesto, più che per definizione, anche una serie di immagini “degradate” possa rappresentare il negativo digitale a tutti gli effetti.


Imparare a conoscere ed apprezzare il Raw può solo avvicinarci ad una migliore produzione fotografica come da sempre è stato per la pellicola chimica. Non dimentichiamo la sua eredità.

Alla prossima.

Categorie: Fotografia | Tags: ,

2 commenti il “Conosciamo meglio il Raw

  1. Ottimo articolo tecnico, ti leggo sempre con piacere. Continua così, ciao.
    • Grazie MaX. Interventi come questo fanno venir voglia di continuare!

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