Lightroom non è una moda – Parte 1

Lightroom è stato accettato quasi universalmente come unico e fisiologico erede di Photoshop in materia fotografica. Non ovunque, poco in Italia.
Da noi viene spesso derubricato a moda, connotata da filosofie pseudo fondamentaliste. Davvero dobbiamo spendere parole per affermare la dignità e la personalità di un software? Per il bene della fotografia, forse sì.

Lancio così una discussione in più puntate.

Parte 1

Ho spesso a che fare con fotografi e fotoamatori non più giovanissimi. Vuoi per questo o quel motivo, alla fine l’accento all’aspetto informatico del processo fotografico ci scappa sempre. Tolte rare e preziose nicchie nelle quali Lightroom ha attecchito e dato frutti, il fotografo italiano medio è ancora fortemente ancorato ad una visione Photoshop-centrica dello sviluppo delle immagini.

Non posso biasimarli. La massiccia diffusione a livello globale e la straordinaria flessibilità etica con cui si rubano programmi da un migliaio di euro ne hanno decretato il successo. Poi è arrivato Lightroom e tutto è cambiato.

Un solo programma

Gestire un flusso fotografico in modo serio ed efficiente richiede almeno un software per ciascuna fase. Ripeto. Almeno un software per ciascuna fase. Stiamo parlando di tanti strumenti. Questi poi vanno posti in successione secondo una catena logica flessibile, priva di frizioni. Non sempre è possibile, non senza sforzi di concentrazione e comunque a valle dello studio di molti manuali.

Lightroom si pone l’arrogante obiettivo di sostituirli tutti, almeno per un uso tipico. Ci è riuscito? Quasi. È sulla buona strada? Assolutamente.

Macchina del tempo. Indietro di diversi anni. Elenco degli strumenti minimi del mestiere.

  • Importazione: qui l’attore cambiava con una certa frequenza. In ogni caso un software era necessario. Talvolta poteva essere incluso nel punto successivo.
  • Catalogazione: ben prima di Lightroom l’industria del software aveva compreso come la semplice suddivisione in cartelle non potesse costituire una via percorribile per grandi quantità di foto.
  • Demosaicizzatore: parolone! Un programma per trasformare dati grezzi (file Raw) in immagine. A volte incluso nel punto successivo.
  • Elaborazione: Photoshop (Elements) o chi per lui: un software di elaborazione era comunque necessario per trasformare l’immagine in Foto.
  • Soft proofing e stampa: un sistema per anticipare la resa finale senza spreco di carta e inchiostro ed uno strumento guidato (spesso poco intuitivo) per lanciare la stampa secondo criteri di dimensioni specifici. Elementi distinti per natura, ma spesso entrambi inclusi nel punto precedente.
  • Ridimensionamento e nitidezza in output: anche queste attività distinte, pur potendo essere espletate con il programma di elaborazione, spesso venivano favorite da strumenti automatici; più efficienti e di maggior qualità.
  • Riduzione rumore digitale: le reflex del tempo erano rumorose a ISO 800, se non 400. Software dedicati di analisi dell’immagine, possibilmente con supporto specifico del sensore, erano assolutamente necessari.
  • Correzioni difetti obiettivo: oggi siamo abituati troppo bene. Al tempo era necessario acquistare una soluzione dedicata nella speranza che gli obiettivi del proprio corredo fossero supportati. Solo molto più di recente questo punto è stato inglobato in altri.
  • Effetti speciali: un unico cappello sotto il quale comprendere una pletora di plugin o programmi di terze parti per applicare rapidamente effetti creativi che avrebbero richiesto enormi sforzi in programmi di elaborazione delle immagini.
  • Creazione gallerie Web: di rado inclusa nel programma di Catalogazione e spesso legata al marchio del venditore. Programma distinto per la creazione di gallerie indipendenti.
  • Caricamento sui Social Network: pur essendo molto meno invasivi di oggi, anni fa già esistevano piattaforme quali Flickr per la condivisione dei propri scatti. Qui spesso tutto era fatto a mano, una foto alla volta, direttamente su sito.

Favorisco la brevità alla completezza. La questione appare già evidente. Oggi abbiamo un solo strumento che unisce la selva di programmi citati, aggiungendo molto altro al piatto. Mi sembra folle continuare a lavorare in modo iperframmentato nel 2013, ma questa è un’opinione personale. Meno soggettiva è l’evidenza che una volta saggiata la soluzione onnicomprensiva, difficilmente si torni indietro.

Il tempo è più che denaro

Non mi piace perdere tempo. Sprecare tempo mi terrorizza. Contemplare un paesaggio nella più assoluta immobilità estatica non è tempo perso. Impiegare minuti per la correzione banale di un’immagine, sì.

Non posso e non voglio dire che Photoshop sia una perdita di tempo. Non foss’altro che alcune modifiche sono impossibili a realizzarsi in Lightroom. Dico che, potendo scegliere, a parità di qualità finale, servono buone ragioni per non usare il software di più rapido utilizzo. Non il viceversa.

Spesso mi viene contestata un’eccessiva ossessione per lo spreco di tempo. Dopo tutto per molti fotoamatori la fase dell’elaborazione degli scatti è sempre parte del gioco. Onestamente? Non la bevo.
Scatto più di una foto a settimana e la percentuale di foto almeno interessanti è nell’ordine delle decine. Lavorare lentamente significa, esclusivamente:

  • Elaborare poche immagini lasciandone troppe incompiute
  • Aver tantissimo tempo da dedicare al computer

Parlo da informatico. Mi piace creare al computer, non sedermici di fronte. In una serata posso perfezionare gli scatti meglio riusciti di un intero e prolifico weekend fotografico. Posso farlo grazie ad uno strumento votato alla produttività. Non riesco ad immaginare una strada diversa da questa.

Lightroom non è una moda:

Parte 1Parte 2

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