Mac Pro è espandibile

Avete presente quel gruppo di persone che agognavano la presentazione della nuova workstation targata Apple? Diamine, sono tra quelli!

L’anticipazione che Phil Schiller ha riservato ai seimila sviluppatori presenti al WWDC 2013 (io osservavo dallo spioncino di Internet come molti altri) sta ancora risuonandomi in testa. Due pareri personali: me lo aspettavo simile e mi sembra ben realizzato.

La forma mi ha stupito in senso di design perché, come schiettamente chiosato da Schiller: «[Apple] non innova, un par di palle!»

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Il design rivoluzionario del nuovo Mac Pro

Mi aspettavo qualcosa di simile perché il trend è evidente. Tutti i produttori partono da basi comuni di componenti interni, ed in qualche misura anche di materiali. Tutti tentano la copia ma pochi la concretizzano. Apple ha due principali punti di forza che distinguono il proprio hardware da quello della concorrenza: la qualità del design a la miniaturizzazione dei componenti.

Immaginavo dunque un Mac Pro bellissimo a vedersi (quello non più in vendita è migliore rispetto alla tipica workstation, ma non basta, non nel 2013) e decisamente più piccolo. Così è stato.

Le critiche intorno al Mac Pro sono fioccate. Mi sarei sconvolto del contrario. Quella che mi sento di condividere meno di altre è la mancanza di espandibilità. Il Mac Pro -è- espandibile!

L’utente distratto o troppo focalizzato su panorama odierno ragiona da smanettone dei primi anni duemila. Che significa “espandibile”?

  • Case enorme
  • Molte baie per dispositivi da 3,5″
  • Tutti i (o tanti?) componenti interni sostituibili
  • Componenti interni compatibili con il mercato tradizionale

 

Per carità, non c’è nulla di male a pensarla così, ma se c’è una cosa alla quale Apple ci ha abituati è guardare avanti. Non pensare allo status quo e ragionare in termini di funzione, prima che di forma.

Tanto spazio permette di inserire molte “cose” e di poterci metter le mani facilmente. Quali sono i prodotti enormi e spaziosi che Apple ha sfornato negli ultimi anni? Nessuno.

Non sappiamo ancora con certezza quali componenti saranno sostituibili. Qualcuno lo sarà data la connotazione professionale. L’eredità di Steve viene ripresa nella nuova iterazione di workstation, motivo per cui torniamo verso le origini della black box, dopo tutto è nero, no?

Quanto questa caratteristica rappresenti un limite per il mondo professionale è tutto da discutere. Gli utenti Pro non smaniano per il cambiamento. Sostituire un componente fondamentale è un rischio implicito di interruzione del lavoro, ed il lavoro è pane.

Queste macchine sono fatte per durare anni. Nel corso della propria vita vedranno ben pochi stravolgimenti nel propri componenti essenziali. Potremo cambiare le schede video, tra tre anni, autonomamente o tramite un centro di assistenza? Con il costo elevatissimo che inciderà sull’operazione, farà tanta differenza? L’aumento determinante di produttività della principale macchina da lavoro può essere giustificato da una piccola perdita di tempo in più rispetto alle logiche tradizionali? Per me, serenamente, sì.

La logica di Apple è stata quella di ridurre la macchina alla forma essenziale, in tutto. Nessuno componente presente è ulteriormente sacrificabile. E’ stato esternalizzato tutto quello che vada a definire le esigenze specifiche degli utenti di nicchia, per quanto si possa definire la nicchia di una nicchia. Non senza offrire le connessioni necessarie, e sono tante.

Logo Thunderbolt

Logo Thunderbolt

Apple scommette con forza su Thunderbolt (2). La seconda iterazione lancia due messaggi. Lo standard non è morto ed Intel (lei almeno) ci crede ancora. Superato questo scoglio la strada è in discesa. Meglio, la strada continua. Il futuro stesso del Mac Pro è legato a doppio filo con le porte di espansione.

Parlando del futuro auspicato, vedo una maggior diffusione di dispositivi Thunderbolt. Di tutti i tipi.

Il Mac Pro, di fabbrica (U.S.A.), ha una memoria SSD da 512 GB? Saranno prodotte torrette simili al computer stesso in grado di ospitare 4–6 dischi meccanici da 3 o 4 TB l’uno. Non bastano? Ovvio, li montiamo in cascata. Esterni.

Non abbiamo slot PCI/PCI-E per l’aggiunta di una particolare scheda di espansione audio/video? Esterna.

Servono quattro masterizzatori Blu-Ray per le necessità dello studio di montaggio? Esterni.

Per la maggior parte degli utenti sarà sufficiente una connessione iSCSI tramite cavo Ethernet ed accedere così a molto spazio e nessun ingombro. Anche l’ingombro è esternalizzabile, del resto.

Sembrano discorsi da niente, ma così facendo aprono le porte a tutti quei Power Users che da anni attendono un prodotto potente ed innovativo senza un pannello LCD incollato sopra. Trovato un coniuge che approvi il vecchio Mac “cassone” Pro negli spazi ristretti di casa vostra? Tenetelo stretto. Con un ottavo del volume rispetto alla precedente versione rischierete il divorzio per la sola cifra ingente dell’acquisto. Dovendo proprio rischiare, che non sia, vedi sopra, per lo stupido ingombro.

Si intuisce lo schema delle cose. Il Mac Pro è un cilindro intorno al quale andrà logicamente e fisicamente a crearsi la postazione di lavoro dello specifico professionista.

Chissà che con questa proliferazione di modularità hardware non venga trascinata un’ondata di innovazione anche nel mondo del design di iScrivanie.

Categorie: Apple, Mac Pro

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